domenica 2 giugno 2013

Acquasanta, il Santuario


Alcune nozioni di storia dal sito del Comune della Spezia:
http://www.comune.laspezia.it/conoscerecitta/itinerari/acquasanta.html


Un raccontino scritto da me e pubblicato su "Storie di Quartiere 2002"



ACQUASANTA, OH ACQUASANTA.

Vivere in un paese è un’impresa ardua che può diventare titanica se il borgo è molto piccolo.
Quando poi questo, non è nemmeno un paese, ma una “frazione” come l’Acquasanta, sono proprio dolori.
A proposito, perché si chiamerà frazione?
Sarà perché mi ricorda la matematica ma la parola non mi piace molto. Comunque, l’Acquasanta, oltre a essere un piccolissimo agglomerato di case con un cimitero enorme è, dal punto di vista geografico, in una delle posizioni più felici del nostro bellissimo golfo.
Racchiusa a sud dalla Grande Muraglia dell’Arsenale, lungo la quale scorre la statale per Portovenere, e dagli altri tre lati dalle colline, vede il sole presto la mattina e il buio tardi la sera, questo mentre un frizzante venticello, proveniente da Campiglia, la percorre durante tutto l’arco della giornata e rende superflui i condizionatori d'aria ma utilissimi i termosifoni...
Dista solo tre chilometri di strada dalla città, ma ne è lontana anni luce in termini di abitudini; poche centinaia di metri dal mare e non è nemmeno aperta campagna. Insomma, non è né carne, né pesce.
Per quanto riguarda i suoi abitanti, quelli del nucleo originale ovvio, sono talmente pochi da considerarsi parte di un’unica famiglia, ragion per cui non si muove una foglia senza che tutti lo vengano a sapere. Nel bene e nel male.
Perciò, se tu fumi una sigaretta a sedici anni e, quando torni a casa, tua madre ti dà un sonoro ceffone, non chiederti perché ma chi ha fatto la spia.
La tua vicina di casa naturalmente che, vedendoti commettere l’atto sacrilego, ha pensato bene di rendere partecipe i tuoi dei misfatti che stai compiendo alle loro spalle. Se poi ti fidanzi o decidi di tradire il coniuge, oppure ti muore il gatto è meglio che tu metta, nella bacheca vicino al bar, dei manifesti per annunciare l’accaduto, onde evitare che qualcuno fraintenda le tue reali vicissitudini.
E’ pur vero che se hai un grave problema di salute e vivi solo, come minimo dieci persone sono pronte a darti una mano.
Se poi muore un tuo congiunto, o ti sposi, tutti ti faranno le condoglianze o gli auguri e ti manderanno una corona di fiori o un regalo.
Da sempre esiste fra gli “acquasantini” e i “marolini” un’aperta rivalità. Intanto perché Marola è un vero e proprio paese e poi perché, essendo in collina, domina con lo sguardo un po’ altezzoso, il piccolo borgo che sorge ai suoi piedi. E poi Marola ha anche la scuola, l’ufficio postale e la farmacia.
Vuoi mettere la differenza?
Sì va bene, però noi una volta avevamo il canale. Non è mica una cosa da poco. E’ vero che, soprattutto d’estate, emanava un olezzo insopportabile e pullulava di ratti e zanzare, però sui suoi argini i ragazzi si fidanzavano e nel suo letto si faceva l’albero della cuccagna e la gara della pastasciutta.
Questo bisogna ammetterlo: la festa patronale veniva celebrata meglio nei bassifondi. Nei primi giorni di Luglio, tutte le case esponevano le loro luminarie e poi arrivava la giostra e il tiro a segno. La sera della festa si accendevano i falò sul piazzale del piccolo Santuario e, mentre le fiamme riverberavano sui loro volti, grandi e piccini si affumicavano ben bene ma erano felici, comunque, di condividere un momento speciale e di tornare a casa puzzolenti e con gli occhi arrossati. In ogni casa si preparava la torta di riso salata da offrire a quelli che venivano a fare visita e la banda suonava tutto il pomeriggio della domenica.
Poi un giorno è arrivato Zanzarick a protestare e, a forza di appendere cartelli e topi morti lungo la strada, il torrente Caporacca è stato nascosto per sempre da uno strato d’asfalto e i giovani, ormai motorizzati, hanno cominciato a pomiciare altrove, l’albero della cuccagna è stato fatto a pezzi e bruciato in qualche stufa e la pastasciutta, per motivi igienici, è meglio mangiarla al ristorante o a casa propria.
Finiti gli stimoli mondani anche la ricorrenza ha perso la sua importanza e, quelli che si erano trasferiti altrove, hanno cessato di tornare.
I bambini che giocavano nei treggi, sorvegliati dalle mamme, sono diventati adulti e, avendo paura che i propri figli potessero farsi male, hanno chiesto e ottenuto che questi fossero interrati salvo poi, una volta diventati nonni, chiederne la riapertura per ritrovare le tracce della passata infanzia felice. La vecchia stradina polverosa è stata asfaltata perciò, quando piove, nessun detrito scende a ostruire la strada principale e, dal momento che la grande cava è ormai in disuso, nessun camion e nessuna ruspa turbano la quiete degli abitanti. Il calzolaio è morto e nessuno ha preso il suo posto, è stata chiusa la macelleria, uno dei due forni, entrambi i negozi di frutta e verdura e il tabacchino-cartoleria dove noi, da piccoli, compravamo le merendine e i quaderni.
I platani della chiesa continuano a offrire la loro ombra agli unici due vecchi sopravvissuti all’ incedere impietoso del tempo.
Sono arrivati dei “forestieri” e le case, mai restaurate, si sono scrostate e ingrigite. Però, ogni anno, tornano i grilli e le lucciole a turbare la quiete della notte estiva e i papaveri ad arrossare i cigli dei fossi mentre la valeriana sporge con arroganza dai muri diroccati e, quando guardo i cavalli pascolare fra gli olivi, penso che, tutto sommato, continuerò a vivere qui.







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